Titolo Proprio: Smergo di Belon (Mergus Bellonij)
Autore: Cristoforo Coriolano
Tipologia: Sculptor
Soggetto: Uccello
Collocazione: p. 241
Classificazione: Filosofia
IconClass: 25F36
Datazione Stimata: 1603
Tecnica: Xilografia
Dimensioni (altezza x base, centimetri): 29,5 x 16,5
Tag: smergo, mergo, Belon, Gesner

Si apre un nuovo capitolo dedicato agli Smerghi, dai naturalisti del XVI secolo chiamati Mergi. Aldrovandi apre la trattazione dichiarando esplicitamente che gli antichi avevano confuso i Mergi con le Anates, mentre lui vuole distinguerli in base ai caratteri morfologici del rostro, delle zampe e per l'adattamento alla cattura dei pesci; tuttavia il confine tra i due gruppi non è sempre chiaro, e Aldrovandi registra casi dubbi e forme difficili da classificare. Il criterio principale di distinzione è appunto nel becco: nei Mergi il rostro è più stretto di quello delle anatre e, nei tipi con becco più largo, presenta denti rigidi sui margini; inoltre i Mergi hanno generalmente zampe più corte. Aldrovandi lamenta inoltre la confusione dei nomi riportati dalle fonti antiche che, pur facendo riferimento allo stesso uccello, lo chiamano Aethyia i Greci e Mergus i Latini ma che Gesner conferma trattarsi delle stesso uccello. Belon ritiene invece di avere identificato il Mergo in un uccello visto a Creta che corrisponderebbe all'Aethyia di Aristotele, descritto come un uccello dal capo bianco, il dorso, le ali e la coda neri e, unica tra i palmipedi, priva del dito posteriore del piede. Il piumaggio è fitto, quasi lanuginoso, il becco ha margini taglienti ed è in gran parte coperto da piume soffici. Però, poichè l'immagine che Belon propone non corrisponde del tutto a questa descrizione, Aldrovandi la integra, aggiungendo il ciuffo di piume nere che il francese menziona ma non rende nell'illustrazione.
Per Gesner invece il Grande Smergo nero, chiamato da Alberto Magno "carbone acquatico", potrebbe corrispondere sia all'Aethyia dei Greci che al Mergus dei Latini ma, non essendo l'ipotesi verificabile, Aldrovandi conclude che «non è possibile aderire con sicurezza neppure a questa interpretazione»
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