Titolo Proprio: Tinca di mare (Tinca marina)
Autore: Giovanni Battista Coriolano
Soggetto: Pesce
Collocazione: p. 292
Classificazione: Filosofia
IconClass: 25F65
Datazione Certa: 1613
Tecnica: Xilografia
Dimensioni (altezza x base, centimetri): 29,5 x 11,2
Tag: tinca di mare, salviani, ,

Aldrovandi riferisce che “Tinca di mare” è uno dei due nomi usato principalmente a Roma, il secondo menzionato è “Pesce Fico”. Il primo sembra che sia stato attribuito per via di una certa somiglianza fisica con la Tinca di palude d’acqua dolce, mentre la parola “Fico” deriva dal fatto che la sua carne è morbida, ricordando appunto la consistenza di un fico maturo.
L’illustrazione rispecchia la descrizione di Aldrovandi, il quale dichiara di riprendere le osservazioni di Ippolito Salviani, in quanto parla di un pesce dalla testa larga e schiacciata, con occhi grandi e dorati. Continua dicendo che dalla mascella inferiore pende una singola appendice simile a un barbiglio, che infatti possiamo riconoscere sotto la bocca dell’animale. Il corpo è alquanto largo, ricoperto di squame minute e di colore grigio. Vengono anche descritte le pinne, due pettorali vicino alle branchie, una dorsale di piccole dimensioni seguita da una molto lunga che percorre quasi per intero la linea del dorso e una lunga pinna anale speculare sul ventre.
Per quanto riguarda l’uso alimentare, non è un pesce dal sapore particolarmente gradevole, motivo per cui è considerato quasi ovunque un cibo destinato alla plebe e di scarso valore commerciale. Ha una carne piuttosto tenera ma non friabile, risulta facile da digerire ma produce molti scarti intestinali ed è sgradevole al palato, sia che venga fritto sia che venga bollito.
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