Titolo Proprio: Glauco (Glaucus authoris)
Autore: Giovanni Battista Coriolano
Soggetto: Pesce
Collocazione: p. 303
Classificazione: Filosofia
IconClass: 25F65
Datazione Certa: 1613
Tecnica: Xilografia
Dimensioni (altezza x base, centimetri): 29,6 x 11,8
Tag: glauco, Eustazio, Aristotele, Ovidio

Il nome deriva chiaramente dal termine greco glaukos, che indica un colore azzurro o ceruleo, confermato dagli storici del passato tra cui Eustazio.
È classificato tra i grandi pesci pelagici e carnivori: Aristotele lo descrive come un predatore dai denti aguzzi. Plinio lo menziona con un colore “austero”, dovuto alla sua caratteristica di scurirsi fino a diventare nero se in condizione di agitazione o se si trova in mari turbolenti. Fisicamente, è un pesce di dimensioni moderate, ricoperto di squame, con un dorso azzurro e un ventre candido, dotato di spine acuminate nella parte anteriore vicino alla testa. Nell’illustrazione possiamo riconoscere le spine e il corpo squamoso, ma i colori risultano leggermente diversi rispetto alla descrizione, in quanto il dorso risulta scuro e il ventre di colore giallo. Le pinne, invece, presentano una tinta rossa.
Secondo gli antichi vive principalmente nutrendosi di altri pesci o, secondo alcuni, di alghe e detriti marini vicino alla costa. Aristotele e Ovidio riportando che, durante l’estate, per circa sessanta giorni, questo pesce si nasconde rimanendo in uno stato di latenza.
Dal punto di vista culinario, il glauco era considerato un vero e proprio lusso anticamente. Le sue carni venivano tanto decantate dai filosofi e commediografi per il sapore ricco e sopraffino. In ambito medico, Aldrovandi cita Plinio affermando che il brodo di questo pesce favorisce la produzione di latte materno nelle donne. Inoltre, si tramandava che il fegato del Glauco fosse un rimedio miracoloso per eliminare le verruche.
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